Il controllo della mente sul corpo e l’effetto delle credenze

Bruce Lipton

Le intuizioni di Bruce Lipton sul fatto che sono le credenze a controllare la biologia hanno alla base i suoi studi sulla clonazione delle cellule endoteliali, che rivestono i vasi sanguigni. Le cellule endoteliali che allevava in coltura effettuavano un costante monitoraggio del proprio mondo e cambiavano comportamento in base alle informazioni che ricevevano dall’ambiente. Se veniva fornito loro del nutrimento, le cellule si disponevano in direzione di quel nutrimento. Se invece si creava un ambiente tossico, le cellule coltivate arretravano dallo stimolo, per cercare di proteggersi dagli agenti nocivi. Lipton concentrò allora le sue ricerche sugli “interruttori” della percezione della membrana che controlla i cambiamenti di comportamento. L’interruttore fondamentale che stava studiando possiede un recettore che reagisce all’istamina[1] e scoprì che ci sono due tipi di interruttore, H1 e H2, che rispondono al medesimo segnale istaminico. Quando venivano attivati, gli interruttori dotati dei recettori H1 determinano una risposta di protezione, lo stesso comportamento che avevano le cellule in una coltura tossica. Gli interruttori che contenevano i ricettori H2 determinavano invece una risposta di crescita all’istamina, simile al comportamento delle cellule che sono in presenza di sostanze nutritizie nella coltura. Lipton verificò in questo modo che anche il segnale di risposta del corpo a un’emergenza generalizzata, l’adrenalina[2], possiede degli interruttori che evidenziano due diversi recettori sensibili all’adrenalina detti alfa e beta, che provocano nelle cellule esattamente gli stessi comportamenti suscitati dall’istamina, Quando il recettore dell’adrenalina alfa fa parte di un interruttore di proteine della membrana, determina una risposta protettiva nel caso in cui venga percepita l’adrenalina. Se invece è il recettore beta a far parte dell’interruttore, lo stesso segnale adrenalinico attiva una risposta di crescita.

La scoperta veramente interessante avvenne però quando Lipton introdusse simultaneamente istamina e adrenalina nelle sue colture tissutali: i segnali dell’adrenalina, prodotti dal sistema nervoso centrale, scavalcavano i segnali dell’istamina prodotti a livello locale. Entrava quindi in gioco la politica comunitaria descritta in precedenza. Facendo una metafora, si pensi di lavorare in banca: il direttore di settore dà un ordine, ma poi arriva il direttore generale e dà l’ordine opposto. Quale si seguirebbe? Tenendo al proprio impiego, si obbedirebbe all’ordine del direttore generale. Nella nostra biologia le priorità funzionano in modo simile, in quanto le cellule devono seguire gli ordini del “superiore” sistema nervoso, pur se tali segnali si sono in conflitto con gli stimoli locali. L’esperimento dimostrò pertanto che a livello unicellulare si affermava una verità valida anche per gli organismi pluricellulari: la mente (che agisce attraverso l’adrenalina prodotta dal sistema nervoso centrale) scavalca il corpo (che agisce attraverso il segnale locale dell’istamina).

Gli esperimenti di Lipton avevano delle implicazioni che riguardavano una relazione corpo-mente difficile da accettare nel mondo accademico della biologia cellulare, perché la mente è un concetto inaccettabile per i bio-scienziati, che sono newtoniani tradizionalisti: o è materia o è irrilevante. La “mente” è un’energia indeterminata, perciò priva di interesse per la biologia materialistica. Questo modo di vedere però è una “credenza” che si è rivelata palesemente errata in un Universo quantistico!

Nel loro percorso di studio, gli studenti di medicina e di psicologia apprendono, almeno di sfuggita, che la mente può influenzare il corpo: imparano che talune persone si sentono meglio quando credono (erroneamente) di star assumendo delle medicine. Quando i pazienti sentono un miglioramento nella loro condizione di salute dopo aver inghiottito una semplice pastiglia di zucchero la medicina parla di effetto placebo[3]. Bruce Lipton è assolutamente favorevole all’effetto placebo perché ritiene che costituisca una prova sorprendete delle capacità di guarigione del corpo-mente; tuttavia l’effetto placebo, totalmente mentale, dalla medicina ufficiale viene associato nel peggiore dei casi ad una medicina fasulla e nel migliore a dei pazienti deboli e suggestionabili. L’effetto placebo è trattato spesso in fretta e furia nelle aule di medicina, per fare in modo gli studenti possano concentrarsi maggiormente sui veri strumenti della medina moderna: la farmacopea[4] e la chirurgia. Certamente il motivo per cui lo studio dell’effetto placebo è stato perlopiù trascurato dalla medicina ufficiale, oltre ad un pensiero dogmatico, sottende anche a considerazioni di tipo economico.

Pur se la domanda su come funzioni il placebo sia stata sostanzialmente ignorata dalla medicina moderna, recentemente alcuni ricercatori hanno rivolto l’attenzione su questo ambito: i risultati delle loro ricerche hanno rivelato che le teorie riguardanti l’effetto placebo, anziché essere strampalate, erano addirittura efficaci anche con la sofisticata tecnologia della medicina moderna, compreso il più “concreto” degli strumenti: la chirurgia.

Bruce J. Moseley

Nel 1996 il chirurgo ortopedico texano Bruce J. Moseley, all’epoca membro del Baylor College of Medicine e uno dei maggiori esperti in ortopedia sportiva di Houston, pubblicò uno studio sperimentale che aveva condotto su dieci volontari, tutti uomini che avevano prestato servizio nelle forze armate e che soffrivano di osteoartrite[5] al ginocchio. A causa della gravità delle loro condizioni, molti di questi uomini zoppicavano vistosamente, camminavano con un bastone o necessitavano di assistenza per spostarsi.

Lo studio aveva l’obbiettivo di esaminare la chirurgia artroscopica[6], un tipo di intervento molto diffuso che prevedeva di anestetizzare il paziente, praticare una piccola incisione nella zona da trattare e inserire uno strumento a fibre ottiche chiamato artroscopio, che il chirurgo utilizzava per analizzare con attenzione l’articolazione del paziente. Nel corso dell’intervento, il medico raschiava e risciacquava l’articolazione rimuovendo eventuali frammenti di cartilagine degenerata che si riteneva fossero la causa dell’infiammazione e del dolore. All’epoca, circa 750.000 pazienti l’anno si sottoponevano a questo tipo di intervento.

Lo studio del dottor Moseley prevedeva che due uomini su dieci avrebbero subito l’intervento chirurgico tradizionale, denominato «sbrigliamento» (dove il chirurgo raschia via filamenti di cartilagine danneggiata dall’articolazione del ginocchio); tre di loro sarebbero stati sottoposti a una procedura chiamata «lavaggio» (dove acqua altamente pressurizzata viene iniettata nell’articolazione del ginocchio, risciacquando e rimuovendo il tessuto artritico degenerato ritenuto la causa dell’infiammazione); cinque invece avrebbero subito un intervento chirurgico simulato, nel quale il dottor Moseley avrebbe fatto solamente tre incisioni di routine con il bisturi, parlando e agendo come avrebbe fatto normalmente durante un vero intervento, spruzzando perfino dell’acqua salata per simulare il suono del lavaggio del ginocchio e, dopo una quarantina di minuti, avrebbe ricucito le incisioni come se avesse completato l’intervento. A questi cinque uomini, sarebbero stati evitati sia artroscopia, sia il raschiamento dell’articolazione, la rimozione di frammenti ossei ed anche il lavaggio. La fase iniziale era la medesima per tutte e dieci le procedure: il paziente, una volta portato in sala operatoria, veniva sottoposto ad anestesia generale; il chirurgo trovava invece una busta chiusa all’interno della quale era scritto a quale gruppo era stato casualmente assegnato il paziente. Il dottor Moseley era ignaro del contenuto della busta prima di aprirla. Ai tre gruppi venne prescritta la medesima terapia postoperatoria, compreso un programma di rieducazione.

I risultati furono sorprendenti. In seguito all’intervento chirurgico, tutti i pazienti che partecipavano alla ricerca riferirono un aumento della mobilità ed una considerevole diminuzione del dolore. Fu interessante osservare però che anche gli uomini che erano stati sottoposti all’intervento chirurgico “simulato” presentavano un miglioramento, allo stesso modo di chi aveva subito lo sbrigliamento o il lavaggio. I risultati furono i medesimi; anche sei mesi dopo. Per Moseley i risultati parlavano chiaro: «La mia abilità di chirurgo è stata irrilevante con questi pazienti; l’intero beneficio dell’intervento chirurgico per l’osteoartrite del ginocchio è dovuto all’effetto placebo». Per due anni, il gruppo placebo ignorò di aver subito un finto intervento. Sei anni dopo l’intervento, un documentario di Discovery Health Channel (visibile qui) mostrò vividamente i sorprendenti risultati riprendendo i pazienti del gruppo placebo che camminavano normalmente, senza dolore, e che avevano riacquistato gran parte della loro mobilità, giocando addirittura a pallacanestro e facendo tutte quelle attività quotidiane che affermavano fossero impossibili prima dell’“intervento chirurgico”. Avevano la sensazione di aver ricominciato a vivere.

Incuriosito ed affascinato dai risultati, il dottor Moseley pubblicò nel 2002 sul New England Journal of Medicine gli esiti di un’altra ricerca che coinvolgeva centottanta pazienti seguiti per due anni dopo gli interventi chirurgici a cui si erano sottoposti. Anche in questo caso, i pazienti dei tre gruppi riportarono miglioramenti e ripresero a camminare senza dolore e senza zoppicare già subito dopo l’intervento. Ancora una volta però, i pazienti che avevano subito effettivamente l’intervento chirurgico migliorarono allo stesso modo di quelli sottoposti all’operazione placebo; questo dato fu confermato anche nei due anni successivi. Esiste la possibilità che questi soggetti siano migliorati solo perché avevano avuto fiducia nella competenza del chirurgo, nell’ospedale e persino nella modernissima sala operatoria? Avevano immaginato una nuova vita con un ginocchio del tutto guarito ed avevano abbracciato questo possibile esito, andandogli letteralmente incontro? E se il dottor Moseley fosse stato un moderno ciarlatano in camice bianco?

Ulteriori studi hanno mostrato che l’effetto placebo è efficace anche nel trattamento di varie malattie, tra cui l’asma e gli effetti del morbo di Parkinson. In uno studio sulla cura della depressione, lo psichiatra Walter Brown, della Brown University School of Medicine di Providence, nel Rhode Island, ha proposto delle pillole placebo come primo trattamento per i pazienti soggetti a depressione media o moderata. Ai pazienti venne detto che avrebbero assunto un farmaco che, per quanto privo di principi attivi, era comunque efficace. Gli studi indicarono che, anche se i pazienti sapevano di essere trattati con un palliativo ad un vero farmaco, i placebo funzionarono ugualmente.

Irving Kirsch

In un articolo apparso nel 2002 su Prevention & Treatment, rivista dell’American Psychological Association, intitolato “Le nuove medicine dell’imperatore”, il professor Irving Kirsch, direttore del Programma di studi sul Placebo, docente di medicina all’Harvard Medical School di Cambridge, e al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, nonché professore emerito di psicologia nelle Università di Hull e di Plymouth nel Regno Unito e dell’Università del Connecticut negli Stati Uniti, sostenne che l’80% dell’effetto degli antidepressivi constatato nella sperimentazione poteva essere attribuito all’effetto placebo. Nel 2001 Kirsch si dovette appellare al Freedom of Information Act[7], per poter conoscere i risultati dei test clinici effettuati sui principali antidepressivi in commercio, dati che il Food and Drug Administration[8] precludeva. Tali dati dimostrarono che, in più della metà dei test effettuati sui sei antidepressivi più diffusi negli Stati Uniti, i farmaci davano i medesimi risultati delle pillole di zucchero usate come placebo. Nel corso di un’intervista al Discovery Health Channel, Kirsch fece notare che: «La differenza tra la risposta ai placebo e la risposta ai farmaci è risultata mediamente minore di due punti su questa scala clinica che va da cinquanta a sessanta. È una differenza minima, ininfluente dal punto di vista clinico».

Un altro fatto interessante relativo all’efficacia degli antidepressivi fu che i test clinici hanno fornito risultati sempre migliori con il passare degli anni, suggerendo che il loro “effetto placebo” fosse in parte dovuto a un’abile operazione commerciale. Quanto più il “miracolo” degli antidepressivi veniva pubblicizzato dai media, tanto più essi diventavano efficaci. Le convinzioni sono contagiose ed oggi viviamo in una cultura in cui la gente crede che gli antidepressivi funziono, pertanto funzionano.

Come dimostrano le storie esposte in precedenza, quando si modifica lo stato d’animo, il corpo risponde ad un nuovo modo di pensare. Perciò per cambiare modo d’essere, è necessario modificare innanzitutto i propri pensieri. Più si ritiene che una particolare sostanza, procedura o intervento possa funzionare perché si è stati informati dei suoi benefici, maggiori saranno le probabilità di avere un effettivo miglioramento. In altre parole, attribuire maggior significato ad una possibile esperienza legata ad una persona, ad un luogo o a qualcosa nell’ambiente esterno al fine di cambiare quello interno, è molto più probabile che riuscire a modificare intenzionalmente lo stato interno con il solo pensiero. Inoltre, più si accetta un nuovo risultato correlato alla salute (perché informati dei possibili benefici di quello che si sta facendo), più il modello che si crea nella mente sarà chiaro, più si riusciranno ad indurre il cervello ed il corpo a replicarlo fedelmente.

Per quanto molti medici siano consapevoli dell’effetto placebo, pochi hanno preso in considerazione le sue implicazioni riguardo all’autoguarigione. Se, come si è visto, il pensiero positivo può influire sulla capacità di contrastare la depressione o quella di guarire un ginocchio danneggiato, si provi a considerare quali effetti possono avere i pensieri negativi: quando la mente si intrattiene in suggestioni negative, che possono ledere la salute, gli esiti negativi sono chiamati effetto nocebo. In medicina e psicologia l’effetto nocebo può essere altrettanto potente dell’effetto placebo, e questo è un fatto da tener ben presente ogni volta che entrate in uno studio medico: con le sue parole ed il suo comportamento un medico può trasmettere messaggi che possono togliere speranze al paziente ed in sostanza rendere meno efficaci le cure a cui viene sottoposto.

I casi di nocebo, oltre all’ambito medico, riguardano anche i genitori, gli insegnanti, i referenti in ambiente di lavoro, i quali, con le loro parole possono “riprogrammare” abbassando le speranze di riuscita delle persone che dipendono da loro.

NOTE:

[1] L’istamina è una molecola organica, appartenente alla classe di ammine biogene, uno dei mediatori chimici dell’infiammazione e che il corpo usa in modo analogo ad un segnale d’allarme localizzato. L’istamina ha anche un ruolo come neurotrasmettitore. (Wikipedia)
[2] L’adrenalina, o epinefrina, è un mediatore chimico tipico della classe dei vertebrati, un ormone e un neurotrasmettitore. In generale l’adrenalina, facendo parte delle vie riflesse del sistema simpatico, è coinvolta nella reazione “combatti o fuggi”. A livello sistemico i suoi effetti comprendono: rilassamento gastrointestinale, dilatazione dei bronchi, aumento della frequenza cardiaca e del volume sistolico (e di conseguenza della gittata cardiaca), deviazione del flusso sanguigno verso i muscoli, il fegato, il miocardio e il cervello e aumento della glicemia.
[3] Lo psicoterapeuta americano Robert Williams, fondatore di PSICH-K, una terapia psicologica su base energetica, suggerisce che sarebbe più appropriato chiamarlo effetto percezione. Bruce Lipton lo chiama effetto credenza, per sottolineare che le nostre percezioni, vere o false che siano, hanno lo stesso impatto sul comportamento e sul corpo.
[4] La farmacopea è un codice farmaceutico, cioè un complesso di disposizioni tecnico/scientifiche ed amministrative, di cui il farmacista si serve per il controllo della qualità dei medicamenti, delle sostanze e/o dei preparati finali, mediante l’indicazione di metodi di verifica chimico analitici e tecnologici delle specifiche di qualità, dei metodi di preparazione o della formulazione. (Wikipedia)
[5] L’osteoartrite è la forma più comune di artrite, caratterizzata dalla degenerazione della cartilagine articolare. La cartilagine è un tessuto bianco di consistenza duro-elastica, molto liscia, che garantisce una certa elasticità alle parti dello scheletro sottoposte a continui traumi, ad esempio le articolazioni (insieme di organi e tessuti che concorrono a formare la giuntura di due o più ossa). (Archivio Saninforma)
[6] La chirurgia artroscopica è quella procedura che consente di operare all’interno delle articolazioni senza aprire le stesse (al contrario di quanto avviene con le metodiche classiche). I chirurghi hanno la possibilità d’ispezionare e visionare direttamente l’interno delle articolazioni mediante l’uso di particolari microscopi, di piccole dimensioni (gli artroscopi), grazie ai quali capacità diagnostiche e accuratezza sono enormemente amplificate. (Humanitas Research Hospital)
[7] Il Freedom of Information Act è una legge sulla libertà di informazione emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 durante il mandato del presidente Lyndon B. Johnson. Tale legge ha aperto a giornalisti e studiosi l’accesso agli archivi di Stato statunitensi, a molti documenti riservati e coperti da segreto di Stato, di carattere storico o di attualità. Il provvedimento è un punto importante che garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e il diritto di cronaca e la libertà di stampa dei giornalisti. (Wikipedia)
[8] La Food and Drug Administration, l’Agenzia per gli alimenti e i medicinali, è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, e dipende dal Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d’America. (Wikipedia)

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Brown, Walter A. 1998. The Placebo Effect. Scientific American.
  • Discovery Health Channel. Placebo Effect – Surgery. [Online] https://youtu.be/ps4pRPYJWOo
  • Dispenza, Joe. 2014. You are the placebo. Carlsbad : Hay House Inc., 2014. Trad. it. Placebo effect. Coriano di Rimini : My Life, 2015.
  • Kirsch, Irving, et al. 2002. The Emperor’s New Drugs: An Analysis of Antidepressant Medication Data Submitted to the U.S. Food and Drug Administration. Prevention & Treatment . 2002, Vol. 5.
  • Lipton, Bruce H. 2005. The Biology of Belief. Unleashing the Power of Consciousness, Matter & Miracles. Carlsbad : Hay House, Inc., 2005. Trad. it. La biologia delle credenze. Come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula. Cesena : Macro Edizioni, 2006.
  • Lipton, Bruce H., Bensch, Klaus G. e Karasek, Marvin A. 1992. Histamine-Modulated Transdifferentiation of Dermal Microvascular Endothelial Cells. Experimental Cell Research. 1992, Vol. 199, p. 279-91.
  • Moseley, J. Bruce, et al. 2002. A Controlled Trial of Arthroscopic Surgery for Osteoarthritis of the Knee. The New England Journal of Medicine. 2002, Vol. 347, p. 81-88.
  • Scolari, Fabio. 2019. Psicologia quantistica. Valutazione critica della sua possibile applicazione in ambito lavorativo. 2019.

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