Sincronicità e Causalità

Carl Gustav Jung

Negli anni ’30 del XX secolo Carl Gustav Jung si interessò ad una serie di fenomeni che definisce sincronistici, di sincronicità o coincidenze significative. Questi termini servivano a descrivere la coincidenza che avveniva tra due eventi, anche di diversa natura, apparentemente slegati da logiche causali; in particolare servivano ad identificare la comunanza tra un evento interiore di origine psichica come ad esempio un sogno, un’idea improvvisa o un presentimento e un evento esterno di tipo obiettivo. A tutti prima o poi è capitato di vivere delle coincidenze che vengono definite curiose, come sognare di notte una persona che si è mancato di vedere per molto tempo ed incontrarla il mattino seguente, oppure immaginare una determinata situazione e vederla riproposta senza un proprio personale intervento fattivo. Solitamente si tende a classificare questi eventi come casualità senza attribuirgli particolare importanza. Jung, al contrario, reputava queste situazioni di grande interesse, tanto da doverle approfondire con studi specifici: per il grande psicanalista erano infatti sintomatiche dell’esistenza di un legame o più semplicemente di corrispondenze tra il mondo fisico e quello psichico. Il legame tra questi due mondi era difficile da spiegare ricorrendo al tipico rapporto di causa-effetto, e bisogna invece ammettere che il rapporto tra questi fosse evidente. Si potrebbe definire affinità di senso o di contenuto che si palesa chiaramente nell’instante in cui la si prova. Secondo Jung questo legame anziché scaturire da connessioni da intendersi come casuali, lo faceva tramite una dinamica nascosta che è comune ad entrambe, una sorta di «ordine che collega tutte le cose». Si potrebbe suppore che sia proprio quest’ordine comune universale, a creare dei legami acasuali tra eventi diversi. In tale modo un nuovo principio esplicativo della realtà dovrebbe coesistere insieme a quello della casualità: Jung affidò a questo principio il nome di sincronicità. Grazie al fenomeno di sincronicità si abbatteva uno dei pilastri fino a quel momento fondamentali della fisica, il principio di località. Come evidenziato in altre sedi, questo principio afferma che i processi fisici possono avere effetto immediato solo su elementi fisici di realtà prossime, senza poter influire contemporaneamente in luoghi separati da quello in cui avvengono. Si è visto però anche come la fisica quantistica, attraverso il fenomeno dell’intreccio quantistico (entanglement), avesse anch’essa violato il principio di località.

Wolfgang Pauli

La sincronicità si conformava quindi come un fenomeno reale, non-locale, che secondo Carl Gustav Jung ed il fisico austriaco Wolfgang Pauli avvicinava fisica e psicologia evidenziando una connessione molto profonda fra i gli accadimenti del mondo che sono slegati da un’azione diretta causale o di tipo meccanico. Si potrebbe addirittura arrivare affermare dire che le stesse due discipline siano strettamente legate da un intreccio quantistico.

D’altra parte, Jung, a differenza dei suoi colleghi psicologi, ricercò con determinazione nella metodologia fisica una base oggettiva per il suo modello di psiche. Pauli, a differenza dei suoi colleghi fisici, cercò di dare un’interpretazione psichica, oltre che filosofica, della meccanica quantistica.

Uno degli aspetti più evidenti e più affascinanti del fenomeno della sincronicità è senza dubbio la componente acausale che lo governa. È inoltre importante notare come un fenomeno sincronico sia un evento psico-fisico e, come tale, abbia senso solo nell’istante in cui un individuo ne vive l’esperienza. Ci si trova quindi davanti ad eventi che privi di un carattere di riproducibilità e che aleggiano quindi oltre i normali limiti imposti dalla scienza.

Secondo Pauli la realtà è troppo complessa per essere descritta in maniera esaustiva dal principio di causalità; ai suoi occhi l’introduzione del nuovo principio sembra in grado di completarne l’immagine: «Osservati a partire da una prospettiva globale, i fenomeni sincronistici e quelli causali potrebbero essere considerati come due lati di un nastro di Möbius[1]», scrive in una lettera al fisico svizzero Markus Fierz.

Maurits Cornelis Escher – Nastro di Möbius II

Jung attribuiva ad Albert Einstein il merito di avergli ispirato l’idea della sincronicità, cioè, come abbiamo detto, della connessione tra eventi apparentemente indipendenti e senza un nesso causale nel tempo e nello spazio. In una lettera al dottor Carl Seelig del 25 febbraio 1953 Jung scrive: «All’epoca il professor Einstein è stato più volte mio ospite a cena. Erano proprio gli inizi; Einstein stava infatti sviluppando la sua teoria della relatività. È stato Einstein a fornirmi il primo spunto per concepire una possibile relatività psichica di tempo e spazio. Più di trent’anni dopo, da questo impulso si è sviluppato con il professor Wolfgang Pauli, con la mia tesi della sincronicità psichica.»

Secondo quanto affermò lo stesso Jung una sua conferenza sul tema della sincronicità:

«Due o più eventi apparentemente accidentali, tuttavia non necessariamente simultanei, sono detti sincronici se sono soddisfatte le seguenti condizioni:

  • qualunque presunzione di un nesso causale tra gli eventi è assurda o inconcepibile;
  • gli eventi sono in corrispondenza tra di loro attraverso un significato comune, spesso espresso simbolicamente;
  • ogni coppia di eventi sincronici contiene una componente prodotta internamente e percepita esternamente.»

L’interesse di Pauli per il fenomeno della sincronicità era tutt’altro che casuale: egli infatti fu letteralmente perseguitato da questo fenomeno per tutta la sua vita. Pauli, fisico teorico, aveva un rapporto piuttosto goffo e imbarazzante con la strumentazione di laboratorio e si narra che la sua sola presenza nei pressi di un laboratorio fosse sufficiente a provocare la rottura degli equipaggiamenti di sperimentazione con le più misteriose e inesplicabili modalità. Il senso dell’umorismo di cui era dotato lo scienziato lo portò a definire queste situazioni come una conseguenza del cosiddetto effetto-Pauli, e l’autenticità di questi fenomeni venne descritta in numerosi articoli pubblicati in tempi diversi dai suoi colleghi scienziati. Uno di loro, il tedesco Otto Stern, anch’egli insignito del Premio Nobel per la fisica, giunse a vietare formalmente a Pauli di entrare nel suo laboratorio durante l’effettuazione di prove sperimentali. Pauli prese con serietà il fenomeno descritto e lo catalogò come una possibile manifestazione di sincronicità di un profondo conflitto tra le sue parti razionale e irrazionale.

Nel 1935, insieme ai suoi collaboratori Boris Podolsky e Nathan Rosen, Einstein espose l’esperimento mentale noto come paradosso EPR, dimostrato teoricamente nel 1964 dal fisico irlandese John Stewart Bell e, nel 1982, grazie al fisico francese Alain Aspect, dimostrato sperimentalmente, chiamando l’effetto proposto intreccio quantistico (entaglement). Purtroppo, per motivi cronologici, Jung e Pauli mancarono la possibilità di vedere le evidenze sperimentali dell’intreccio quantistico. Ad ogni modo, il problema di fenomeni acausali era stato posto, e per Pauli era chiaro il riferimento alla sincronicità junghiana (o, a come preferiva chiamarlo Pauli, a Sinkorrespondenzen, cioè a “corrispondenze significative”). Secondo Jung e Pauli, il fenomeno della sincronicità riavvicinava fisica e psicologia, evidenziando una connessione profonda fra i vari eventi del mondo, slegata da un’azione diretta causale-meccanica.

Albert Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen

 

NOTE:

[1] Le superfici ordinarie, ossia le superfici che nella vita quotidiana si è abituati ad osservare, hanno sempre due facce, per cui è sempre possibile percorrerne idealmente una senza mai raggiungere l’altra, a meno di attraversare una linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamato “bordo”): si pensi ad esempio alla sfera, alla toroide, o al cilindro. Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato “superiore” o “inferiore”, oppure “interno” o “esterno”. Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci si ritrova sul lato iniziale. Quindi si potrebbe passare da una superficie a quella “dietro” senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a lungo.
L’oggetto deve il suo nome al matematico August Ferdinand Möbius (1790-1868) che fu il primo a considerare la possibilità di costruzione di figure di questo tipo. (Wikipedia)

BIBLIOGRAFIA:

  • Bonomi, Letizia. Alchimia di due grandi menti. Influenze reciproche tra W. Pauli e C.G. Jung, e analogie tra meccanica quantistica e psicoanalisi. Letizia Bonomi. [Online] http://letiziabonomi.altervista.org/PAULI_JUNG_Letizia_Bonomi.pdf.
  • Lavalle, Mauro. 2019. Fisica quantistica, fisica della vita. Viaggio alla scoperta della struttura della materia, della Biologia e della Psicologia Quantistica. Romagnano al Monte (SA) : BookSprint Edizioni, 2019.
  • Scolari, Fabio. 2019. Psicologia quantistica. valutazione critica della sua possibile applicazione in ambito lavorativo. 2019.

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