Bartolomeo I della Scala

L’araldica scaligera con l’aquila imperiale

Bartolomeo I della Scala era figlio primogenito di Alberto I della Scala e di Verde da Salizzole. Nacque al più tardi – si ignora la data esatta – durante il settimo decennio del XIII secolo; secondo una delle prime notizie a lui relative in nostro possesso, infatti, il suo matrimonio con Costanza, figlia di Corrado d’Antiochia – un nipote dell’Imperatore Federico II di Svevia – fu celebrato il 30 settembre del 1291. Tale unione, proseguendo la politica matrimoniale avviata nel 1289 con le nozze tra Costanza della Scala e Obizzo I d’Este, signore di Ferrara, mirava a consolidare il prestigio della famiglia. Quando si sposò, Bartolomeo condivideva col padre, già da un anno, l’ufficio di Capitano del Popolo a Verona.

Bartolomeo da allora in poi venne sempre indicato come collega del padre sino al 1301, anno della di lui morte: Capitano “penes eum” o “apud eum” lo dicono talvolta le fonti (la stessa espressione ritorna nel testamento di Alberto Della Scala), quando non menzionano senz’altro i due, padre e figlio, ponendoli sullo stesso piano.

L’attività politica e militare di Bartolomeo della Scala nel periodo 1290-1301 è difficilmente distinguibile da quella del padre, della cui energica ed accorta azione egli fu comunque efficace esecutore (oltre che corresponsabile: non per nulla le fonti cronistiche riferiscono che l’eliminazione di Bartolomeo, oltre a quella del padre Alberto, era stata l’obiettivo delle congiure antiscaligere del 1294 e del 1299). Ad ogni modo Bartolomeo dovette riuscire ad acquisire via via un certo grado di autonomia: nel 1299 ad esempio lo vediamo citato da solo, senza menzione di Alberto Della Scala, in un atto relativo alla posizione giurisdizionale e fiscale della “villa” di San Bonifacio.

Bartolomeo che aveva assunto il capitanato già nel 1290, nel 1294 fu armato cavaliere, in una delle prime curie scaligere, insieme con il fratello Cangrande e con altri membri della famiglia e di figure vicine agli Scaligeri, come Bailardino Nogarola ed Alberto di Castelbarco. In contrasto con lo stereotipo di signore pacifico che il suo triennio di governo gli fece attribuire da parte dei cronisti – il Syllabuspotestatum lo definisce “placidus et amator iustitie et pacis” -, si segnalò in più d’una occasione, in questi anni, anche come uomo di guerra.

Nel febbraio 1297, intervenne nel Trentino per aiutare Guglielmo da Castelbarco (la cui famiglia possedeva un territorio compreso tra Rovereto e Riva del Garda) a reprimere la rivolta promossa dai nipoti di quest’ultimo, Alberto e Aldrighetto. Pochi anni dopo, peggioratisi i rapporti tra i signori di Verona ed i Bonacolsi signori di Mantova, che nel giugno del 1299 si erano indotti a concludere un trattato d’amicizia col marchese Azzo VIII d’Este, Bartolomeo intervenne con un corpo d’esercito veronese in Mantova per appoggiare il colpo di Stato con cui un Bonacolsi, Guido detto Bottesella, il primo luglio si impadronì del potere, ponendo fine alla signoria dello zio Bardellone. La solidarietà politica fra gli Scaligeri e Guido Bonacolsi venne subito dopo consolidata dalla stipulazione di una lega fra Verona e Mantova, che Alberto e Bartolomeo ratificarono il 9 luglio, e che fu suggellata dal matrimonio di Costanza Della Scala, vedova di Obizzo I d’Este (morto nel 1293), con lo stesso Guido. Le due vittorie consolidarono ulteriormente la fedeltà dei Castelbarco e della città mantovana. Bartolomeo poté quindi fregiarsi del titolo di grande condottiero in due importanti campagne. L’amicizia con Mantova, che per un trentennio sarebbe rimasta uno dei punti chiave della politica scaligera, fu il presupposto necessario della campagna del 1301 nel Trentino contro i duchi di Carinzia e conti del Tirolo: Ottone, Ludovico ed Enrico. Con tale campagna i due alleati si prefiggevano un duplice scopo: da un lato bloccare il movimento di espansione verso la pianura avviato da quei duchi-conti, movimento che preoccupava non poco Bartolomeo; difendere, dall’altro, gli interessi familiari del signore di Mantova, al cui zio, Filippo Bonacolsi, che era stato nominato vescovo di Trento il 31 luglio 1289, i conti del Tirolo impedivano da oltre dieci anni l’ingresso nella legittima sede episcopale e la presa di possesso dei domini e dei beni temporali ad essa pertinenti.

Nell’estate del 1301 un corpo d’esercito integrato, costituito da contingenti veronesi e mantovani, iniziò le operazioni militari contro i conti del Tirolo, operazioni che ebbero come teatro le terre dell’alto Garda e la Valle dell’Adige. Il conflitto, che coinvolse anche i signori di Arco, schieratisi dalla parte del contestato vescovo di Trento e dei suoi alleati, e Guglielmo di Castelbarco, sostenitore dei conti del Tirolo, si risolse, sotto la decisa guida di Filippo Bonacolsi, in favore di Mantova e di Verona. Perdute Riva del Garda e tutta la Val Lagarina sino a Rovereto (luglio), battuti nei successivi combattimenti, i conti del Tirolo e i loro aderenti furono costretti a trattare: la pace fra il Castelbarco da un lato, i due Comuni della pianura e i signori di Arco dall’altro, fu giurata il 24 dicembre; il 29 successivo, a Verona, fu conclusa quella con i conti del Tirolo. Le clausole prevedevano la restituzione al vescovo Filippo Bonacolsi di tutti i castelli, i luoghi, le terre, e i diritti loro annessi, appartenenti alla Chiesa tridentina ed usurpati nel corso di quegli anni dagli avversari del presule. In particolare i conti del Tirolo si impegnavano a consegnare la città e il castello di Trento. Da parte loro, i Comuni di Verona e di Mantova promettevano di far abrogare il provvedimento di bando, con cui Alberto della Scala aveva fatto colpire Guglielmo di Castelbarco; Filippo Bonacolsi si assumeva il compito di far liberare i conti del Tirolo dalle scomuniche che la Sede apostolica aveva lanciato contro di loro a causa della loro opposizione al Bonacolsi e delle loro usurpazioni nei confronti dei beni ecclesiastici della sede tridentina.

Quando venne conclusa la pace di Verona, Bartolomeo era, dal 3 settembre 1301, giorno della morte del padre, unico signore di Verona col titolo di Capitano del Popolo. A lui furono anche affidati i fratelli minori Alboino e Cangrande, giusta le disposizioni del testamento paterno. La successione, che fu ratificata dalle magistrature e dagli organismi comunali, non conobbe intoppi. Del resto Bartolomeo aveva già acquistato nella città un ruolo di notevole prestigio: ancora vivo il padre, era stato lui a porre la prima pietra per la ricostruzione in muratura della Domus Mercatorum, la sede del massimo organismo economico cittadino.

Riguardo alla amministrazione di Verona, sotto il profilo istituzionale lo spoglio delle Additiones fatte nel triennio di governo dei Bartolomeo della Scala al testo degli statuti cittadini ha rivelato il progressivo consolidamento dell’autorità del Capitano del Popolo. L’inserimento del nome del Capitano nel giuramento prestato dal Podestà all’inizio della carica (“un nuovo ed ardito passo sulla via dell’assorbimento definitivo dell’autorità politica nelle mani del capitano”, come afferma il Cipolla), e nel sacramentum sequiminis potestatis; l’assoggettamento all’arbitrium di Bartolomeo della sorveglianza dei castelli, ad esempio, sono alcune tra le significative modifiche che, se vanno ricondotte alla complessiva evoluzione delle istituzioni cittadine già in atto sotto Alberto, mostrano comunque come Bartolomeo abbia proseguito con abilità ed efficacia l’opera iniziata dal padre.

Bartolomeo, nonostante avesse dimostrato doti di guerriero, preferì mantenere la pace e governare la città. Nella politica estera di Bartolomeo della Scala è complessivamente individuabile un atteggiamento spesso prudente e cauto; ma non sempre nella linea tenuta in precedenza da Alberto. Il 30 settembre 1301 riuscì a concludere una pace con il vescovo di Trento. Questa pace venne cercata poiché il Signore aveva intuito che si stava creando una nuova minaccia in Lombardia: i ghibellini di Milano avevano trovato un nuovo capo, il quale voleva prendere il posto degli Scaligeri come forza ghibellina del nord Italia. Matteo Visconti infatti era già stato nominato Vicario Imperiale, per cui poteva esserci il pericolo di attacco da nord, che con la pacificazione del confine trentino non poteva però avvenire. Quando nella primavera del 1302 i Della Torre tornarono dal Friuli in Lombardia, pronti allo scontro con Matteo Visconti per il dominio di Milano, non solo poterono passare per Verona, ma ricevettero anche da Bartolomeo, secondo gli Annales Mediolanenses, un qualche concreto aiuto, e che la soluzione di continuità nei rapporti sino ad allora amichevoli tra i Della Scala e i Visconti si appiattì notevolmente. Sembrò rafforzare il nuovo corso impresso alla politica “milanese” di Verona da Bartolomeo la lega che quest’ultimo strinse il 7 settembre del 1302 con Alberto Scotti, il potente signore di Piacenza ed uno dei maggiori alleati dei Della Torre, colui che aveva sconfitto e fatto prigioniero Matteo Visconti e consentito agli stessi Della Torre di rientrare in Milano. In questo modo i tentativi di espansione dei Visconti fu temporaneamente fermato. Invece nel 1303 Bartolomeo tornò all’amicizia che aveva tradizionalmente caratterizzato per in precedenza i rapporti fra i Della Scala ed i Visconti: il soggiorno veronese dell’esule Matteo, iniziatosi peraltro forse dopo la morte Bartolomeo, è prova del rinnovato collegamento tra le due famiglie.

Durante il breve periodo di governo di Bartolomeo della Scala i rapporti fra Verona e Venezia non dovettero essere buoni. Bartolomeo infatti non rinnovò nel 1302 il trattato di amicizia con quella Repubblica, che era proprio allora scaduto e che – a quanto pare – non fu rinnovato nemmeno negli anni successivi, sino al 1306. In tale quadro politico di tensione e di ostilità deve essere interpretato il secondo matrimonio di Bartolomeo, il quale, rimasto vedovo di Costanza di Antiochia, morta in epoca a noi ignota, sposò nell’aprile del 1303 una gentildonna appartenente a cospicua famiglia padovana, Agnese di Vitaliano Del Dente. Naturale conseguenza della politica di ostilità nei confronti della Repubblica di San Marco avviata da Bartolomeo fu l’atteggiamento assunto nel 1304, rispetto al conflitto allora scoppiato tra Padova e Venezia, da Alboino della Scala, fratello e successore di Bartolomeo nella signoria di Verona.

La tomba di Bartolomeo della Scala presso le Arche Scaligere

Bartolomeo della Scala morì a Verona il 7 marzo 1304. A succedergli non fu il figlio legittimo ma, per mantenere la linea di sangue e rafforzare la posizione dell’ancora giovane famiglia della Scala, la città venne affidata al fratello secondogenito Alboino, evitando così possibili contrasti in seno alla famiglia.

Dalla prima moglie, Costanza di Antiochia, Bartolomeo ebbe un solo figlio, Francesco, detto Chichino, che fu con lo zio Cangrande in Pisa nel 1315 alle trattative per la lega con Uguccione Della Faggiuola. Da Gemma de Spinobexo, donna appartenente ad una modesta famiglia veronese, ebbe un figlio illegittimo, Bailardino, morto nel 1352.

Tutti i cronisti a lui contemporanei danno in genere una valutazione positiva del governo di Bartolomeo della Scala, che essi descrivono come principe pacifico, giusto e religioso.

Di tale giudizio lusinghiero si fece portavoce anche Dante Alighieri, nel canto XVII del Paradiso, con elogio dovuto forse al riverbero della gloria di Cangrande e ad una rivalutazione a posteriori del suo primo soggiorno veronese. Tra i dolori e le amarezze dell’esilio – profetizza infatti al poeta fiorentino l’avo Cacciaguida – “lo primo tuo refugio, il primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ‘n su la scala porta il santo uccello, / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del dare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che, tra gli altri, è più tardo” (Paradiso, XVII, vv. 70-75). Che il “gran Lombardo”, cui va il merito di aver saputo usare allo sbandito vate dell’idea imperiale “sì benigno riguardo” da fornirgli protezione sicura e dimora ospitale prima che egli la chiedesse, sia Bartolomeo, è concorde affermazione di tutti gli antichi commentatori di Dante, ed opinione prevalente della critica moderna.

Dante a Verona, dipinto di Antonio Maria Cotti (1840 – 1929)

Prima d’esser esiliato dalla sua Firenze, infatti, il Sommo Poeta ricoprì il ruolo di diplomatico all’interno della lega Bianca Ghibellina, e visitò probabilmente in qualità di ambasciatore la città di Verona, che a quel tempo era considerata la capitale ghibellina del Lombardo (oggi Lombardo-Veneto). Bartolomeo inviò truppe ausiliarie a supporto della lega Bianca nell’Assalto di Mugello del 1303, e ospitò Dante alla corte Scaligera per un anno soddisfacendo ogni sua richiesta di viaggio e studio nella Val d’Adige.

Vitaliano Del Dente, il ricchissimo padovano padre della seconda moglie di Bartolomeo, è pure ricordato da Dante, il quale nel canto XVII dell’Inferno vaticina – per bocca di un dannato appartenente alla famiglia degli Scrovegni – che gli è già stato preparato un posto tra gli usurai nel terzo girone del VII cerchio (vv. 66-69).

FONTI:

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A cura di Fabio Scolari

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