Il Paradosso della nave di Teseo e la mutabilità dell’identità

Si tende comunemente a pensare che la nostra identità sia immutabile e unica, quando, in realtà è molto più fragile di quanto appaia: il Paradosso della nave di Teseo aiuta a riflettere meglio sulla mutabilità della condizione umana.

Plutarco

Il paradosso è stato presentato da Plutarco (48-127 d.C.) nella Vita di Teseo e si basa sostanzialmente sul seguente assunto: nel corso delle molte imprese di Teseo e dei suoi compagni, le assi di legno che costituivano la loro celebre nave a trenta remi si rompevano, si logoravano e marcivano, quindi necessitavano periodicamente di essere sostituite con altre solide. Una volta ritornata al porto da cui era partita dopo innumerevoli avventure, la nave di Teseo venne conservata e venerata dagli abitanti di Atene nel corso dei secoli per il suo inequivocabile valore simbolico fino ai tempi di Demetrio Falereo, ma, non avendo degli strumenti adeguati per una buona conservazione, a poco a poco furono sostituiti i pezzi deteriorati con legni sempre nuovi, fino a quando non ci si rese conto, nel III a.C., che l’imbarcazione era ormai totalmente priva delle sue parti “originali” o, per meglio dire, delle parti che erano presenti al momento della sua creazione. Nacque pertanto un acceso dibattito fra i cittadini ateniesi: da una parte c’erano coloro che vedevano l’autenticità nella materia dell’opera e quindi consideravano la nave di Teseo perduta, rimpiazzata ormai da una copia, mentre dall’altra vi erano coloro che vedevano l’autenticità nell’immagine dell’opera, perciò la vera nave poteva considerarsi conservata.

Quello della nave di Teseo è pertanto un paradosso filosofico sulla sostituzione:

Se un oggetto viene sostituito in tutte le sue parti, resta ancora lo stesso oggetto?

Il paradosso è applicabile anche alle persone: rimaniamo noi stessi anche se il nostro corpo cambia? E se a cambiare è la nostra personalità? Si tende a pensare che l’essere umano rimanga sempre uguale, eppure avvengono dei cambiamenti, sia in noi che nell’ambiente che ci circonda.

Restando sull’esempio della nave, se questa avesse trenta remi e ne venisse sostituito solo uno, questa rimarrebbe ancora la stessa nave? Cosa accadrebbe se venissero sostituiti quindici remi? E qualora venissero sostituiti tutti? Il paradosso nasce proprio dal fatto che è difficile sapere cosa accade ad una persona o ad una cosa quando vengono sostituite le sue parti e quando questa viene considerata diversa.

Thomas Hobbes

Il filosofo britannico Thomas Hobbes (1588-1679), nell’undicesimo capitolo del De corpore, complicò ulteriormente questo paradosso nel quadro di una discussione intorno al fondamento del “principio di individuazione”, chiedendosi se esso consista nell’unità della materia, della forma o dell’unità di tutti gli accidenti. Hobbes, assumendo l’ipotesi della forma per poterla confutare, ampliò il paradosso della nave di Teseo proponendo che ogni tavola di legno della nave che era stata sostituita, fosse stata messa da parte nell’ordine in cui veniva tolta e conservata. Se queste tavole fossero state in seguito rimesse insieme nello stesso ordine, avrebbe ricostituito nuovamente la nave, e non ci sarebbe stato alcun dubbio sul fatto che questa sarebbe stata la stessa che fu al principio. Ci sarebbero state a quel punto due navi e partendo da questa supposizione, Hobbes si pose la seguente domanda: quale delle due navi è la vera nave di Teseo? Quella ricostruita con i materiali originali, o quella rinnovata su cui Teseo termina il suo viaggio? Dal suo punto di vista, Teseo potrebbe essere portato a credere che la sua nave sia stata rinnovata e non sostituita.

Bisognerebbe ora chiedersi cosa sia una nave: certamente è diversa dalla somma delle sue parti, in quanto un mucchio di tavole, tela, cordami e quant’altro non sono una nave e lo diventano solo nel momento in cui vengono disposti in una determinata struttura e in una certa relazione.

LA METAFISICA DEGLI ARTEFATTI

Le domande di cui si compone il paradosso divengono quindi due:

  • La nave costituita interamente da materiale nuovo è sempre la stessa nave di Teseo?
  • La nave ricostruita a partire dalle parti dismesse è sempre la nave di Teseo?

Secondo Hobbes l’idea di rispondere in modo affermativo ad entrambe le domande generava un’importante difficoltà, in quanto avremmo uno stesso oggetto numericamente identico presente in due luoghi diversi allo stesso tempo e questa condizione viola la nostra stessa comprensione di che cosa sia l’identità numerica.

Per gli oggetti classificati grazie a termini di genere naturale, persistere implica l’esistenza dello stesso oggetto numericamente identico in tempi diversi, per gli artefatti invece, persistere significa qualcosa di leggermente diverso, in quanto, quando un artefatto subisce un qualunque cambiamento, quell’artefatto cessa di esistere e nei momenti successivi non esiste nulla di numericamente identico allo stesso. La persistenza degli artefatti implica l’esistenza di una certa sequenza di oggetti che siano numericamente distinti ma collegati tra loro da relazioni appropriate. Per poter parlare di persistenza di un artefatto le clausole che devono essere rispettate sono due:

  • la clausola di prolungamento: un artefatto persiste se la sequenza di oggetti è costituita esclusivamente da oggetti dello stesso modello artefattuale;
  • la clausola di sostituzione: al fine poter legittimamente occupare il proprio posto all’interno della sequenza di oggetti, ciascun di essi deve essere tale che l’emergere di ognuno implichi tassativamente la cessazione dell’esistenza del precedente.

Prendendo in esame la nave costituita da materiale nuovo, si può osservare che, nonostante i vari cambiamenti, vengono rispettate entrambe le clausole: la nave persiste attraverso i cambiamenti e la sequenza di oggetti è tale che ciascuno di essi inizia ad esistere solo nel momento in cui quello precedente cessa la propria esistenza. Tutti gli oggetti sono inoltre esemplificazioni dello stesso modello artefattuale, ovvero delle intenzioni del primo costruttore della nave.

Per quanto riguarda invece la nave ricostruita, essa comincia ad esistere solo dal momento in cui viene eliminato l’ultimo componente originale dalla nave da cui provengono le sue parti. In questo modo la clausola di sostituzione viene rispettata. La nave ricostruita rispetta inoltre il progetto originario collegato allo specifico modello artefattuale, rispettando quindi anche la clausola di prolungamento.

Applicando le clausole di cui sopra è pertanto possibile difendere l’idea secondo la quale sia la nave costituita da materiale nuovo che la nave ricostruita possano essere considerate entrambe come oggetti attraverso cui la nave di Teseo persiste per mezzo di una sostituzione prolungante.

LA NAVE DI TESEO IN FILOSOFIA

Aristotele

Per Aristotele se la sostanza della nave fosse la materia, sostituire anche solo una parte di materia non la renderebbe più la stessa massa, e ne cambierebbe pertanto la sostanza. Se la sostanza della nave fosse invece la forma (per esempio una galea da trenta remi), anche cambiando tutti i legni che la costituiscono, rimarrebbe comunque intatta la forma della nave originale di Teseo. Se la sostanza della nave fosse invece una forma nella materia, nel momento in cui la nave subisce delle alterazioni, esse non toccano la sua sostanziale essenza: il substrato corporeo permane e rimane identico a sé stesso.

Socrate

Nel Cratilo di Platone, Socrate sostiene che se da una nave, che è un intero complesso composto di molte parti diverse, ne venissero tolte e sostituite poche, essa permarrebbe identica a sé stessa, non diverrebbe immediatamente altra. Nel momento in cui invece le parti venissero sostituite del tutto, si creerebbe una replica perfetta, che potrebbe stare “accanto” all’originale, ma in modo distinguibile da esso, perché avrebbe diverse proprietà. Inoltre, come suggerito da Hobbes, se qualcuno avesse conservato i vecchi legni marci e li avesse rimessi assieme, la nave ricostruita con tali legni starebbe “accanto” a quella rinnovata con legni nuovi, ed a sua volta non sarebbe identica alla sé stessa di secoli prima, ma costituirebbe solamente una versione deteriorata e non sovrapponibile.

Sia Epicarmo che gli Scettici ellenistici sostenevano che non ci sono substrati che permangono nel momento in cui qualcosa subisce un aumento, una sottrazione o un’alterazione qualitativa. Vi è solamente generazione immediata di un essere altro.
La nave di Teseo, pertanto, cesserebbe di essere la stessa fin dall’istante in cui viene rimosso il primo fasciame danneggiato e di nuovo muterebbe in altro quando il fasciame fosse in seguito nuovamente sostituito.

Diotima di Mantinea

Nel Simposio di Platone, Diotima di Mantinea sostiene che se da un oggetto intero complesso, composto da molteplici parti diverse, se ne togliessero e sostituissero alcune ed esso permanesse identico a sé stesso, questo sarebbe solo un modo di parlare, perché in realtà tutto muta e le parti o si deteriorano o vengono rimpiazzate nel tempo. Sostituire i legni e le parti vecchie con legni e parti più giovani era l’unico modo per far durare un manufatto corruttibile, permettendogli in questo modo di sfidare il passare dei secoli e, così come la specie umana rimane la stessa grazie alla generazione ed alla sostituzione degli individui umani mortali, così la nave di Teseo può rimanere la stessa solo a tale prezzo.

Il filosofo britannico Edward Jonathan Lowe disse che la nave è un oggetto integrale, più della somma delle sue parti: levando o sostituendo alcune parti, questa non cessa di esistere. La nave originale di Teseo però, con la fronda sacra di Athena nella sua prua, non ha le stesse proprietà della nave costruita con i pezzi nuovi, perché rispetto all’originale ha anche una storia di una preservazione di secoli ed il fatto di essere stata oggetto di venerazione e sacralità da parte di generazioni di ateniesi che le hanno dato un valore superiore.

Il filosofo greco Eraclito, parlando dell’identità affermò: “Nessun uomo può attraversare lo stesso fiume due volte, perché né l’uomo né l’acqua saranno uguali”.

CAMBIAMENTI NELL’IDENTITÀ

Si è detto che la storia della barca di Teseo è un paradosso di sostituzione. Tale paradosso può valere anche per le persone? Rimaniamo sempre uguali se il nostro fisico cambia? E se a cambiare è la nostra personalità?

Per quanto riguarda le persone, il paradosso della nave di Teseo è più semplice quando si tratta del corpo: sebbene infatti esistano i trapianti di diversi organi, non sarebbe comunque possibile apportare la sostituzione di tutto l’organismo e pertanto la persona rimarrebbe la stessa. D’altra parte, sembra essere un assunto comune che le persone siano il loro cervello.

Tendiamo a pensare che la nostra identità sia unica e immutabile, che sia sempre la stessa. Osservandoci allo specchio nel corso degli anni, vediamo una persona che muta, sia nel corpo che nella personalità. Gli esseri viventi non sono tuttavia rappresentabili solo dal corpo e dalla personalità, ma anche dalle loro identità sociali, costituite dalle relazioni con gli altri, dal loro agire sull’ambiente, dai loro piani, dai loro lavori, ecc. Dopo questi cambiamenti, siamo nuovi noi o dei noi diversi? Siamo sempre noi?

La biologia ci insegna che nessuna delle nostre attuali cellule attuali esisteva sette anni fa, in quanto una cellula vive al massimo per sette anni. Un adulto ha quindi cambiato completamente tutti gli atomi di cui era costituito alla nascita non soltanto una, ma più volte! Scendendo ulteriormente al livello atomico, gli atomi che compongono il corpo di un essere umano cambiano infinite volte. Come facciamo ad affermare di essere sempre noi stessi se non abbiamo più nemmeno un atomo di quelli preso in prestito dai nostri genitori?

Il viaggio dell’essere umano è proprio questo continuo cambiamento. Quante volte siamo davvero disposti a guardare dentro noi stessi e “sentirci”, accogliendo i nostri mutamenti? Siamo in grado di riconoscerci come esseri in evoluzione e cambiamento oppure ci convinciamo di essere semplicemente “noi stessi”, senza badare a ciò che avviene nel proprio corpo e nella propria anima?

Paradossalmente, il cambiamento è una costante, essenziale all’esistenza e talvolta il senso profondo della stessa. Quante volte abbiamo però la consapevolezza di ciò che ne consegue e, con essa, riusciamo a guardarci come delle persone cambiate? Oppure il cambiamento per l’essere umano è così propedeutico alla vita stessa che viene considerato come un processo assolutamente naturale e non come uno stravolgimento della nostra “composizione”?

Per quanto riguarda gli esseri umani è necessario fare una distinzione tra i cambiamenti nella forma e quelli nella sostanza. Rispetto al nostro primo giorno di vita siamo cresciuti, cambiando il nostro aspetto più e più volte. Tra dieci anni potremmo aver deciso di apportare dei cambiamenti al nostro aspetto cambiando pettinatura o facendo degli interventi estetici. La nostra forma è quindi in continuo mutamento, così come la nostra sostanza, che con il passare del tempo cambia in base alle esperienze che facciamo. Forma e sostanza però non sempre crescono e mutano in egual modo: la differenza sta nel fatto che possiamo cambiare il nostro aspetto esteriore (forma) come e quanto vogliamo, mentre le esperienze possono modificare il nostro modo di pensare e di agire (sostanza) in modo totalitario nel corso degli anni.

Esiste quindi qualcosa che si conservi, che non vari nel tempo? Non è proprio il tempo stesso ad indicare il cambiamento?

La differenza fra l’identità della nave e quella dell’uomo si può indentificare nel tipo di cambiamento a cui sono sottoposte:

  • Alla nave di Teseo vengono sostituiti tutti i pezzi, per cui sono rimaste invariate le sue forme e dimensioni, ma i nuovi componenti vengono dall’esterno; l’identità della nave è costante principalmente in modo “anagrafico”, cioè mantiene lo stesso nome “nave di Teseo”, ma tutto il resto può cambiare (i pezzi che la costituiscono, la ciurma, il colore, la bandiera, ecc.). La nave non esiste più, essendo che sono state sostituite tutte le sue parti, mentre continua ad esistere solo la designazione mentale “nave di Teseo”, ovvero non viene indicato nulla di realmente esistente all’infuori della designazione stessa. La “nave di Teseo” non ha una forma indipendente dalle sue parti, né è identica alle sue parti ed in nessuna delle parti, prese singolarmente, si può ravvisare la forma “nave di Teseo”; allo stesso modo non è la semplice somma delle sue parti, in quanto montandole a casaccio non si ottiene la nave.
  • Nel caso degli esseri umani, invece, i “pezzi” che si modificano sono interni e non lasciano il corpo (ossa, organi, ecc.), anche se il loro cambiamento avviene grazie all’apporto di qualcosa di estraneo (il cibo, l’aria, ecc.). Le persone hanno come costante della propria identità sia i dati anagrafici (che permettono loro di essere identificate dall’esterno), sia l’autoconsapevolezza che le segue nel tempo (identificazione interna), ovvero il “flusso di coscienza” che le abita e la loro memoria (tant’è che la perdita di essa compromette spesso drasticamente la percezione della propria identità). Venendo a mancare le parti che costituiscono l’identità (i ricordi, nel caso delle demenze), questa non esiste più, mentre continua ad esistere la mera designazione mentale di identità.

Si può pensare che l’identità convenzionale delle persone non cambi (per esempio, un genitore con una demenza resta convenzionalmente il proprio genitore) mentre la percezione e riflessione soggettiva sull’identità cambia totalmente al mutare delle parti che la costituiscono (lo stesso genitore demente non si riconosce più con il proprio ruolo e urla ogni volta che vede i figli trattandoli come fossero degli estranei che lo minacciano). Pertanto, sia l’identità come fattore convenzionale, che ogni cosa materiale e immateriale, sono soggette al divenire in quanto aggregati di parti in perenne trasformazione che, riunite insieme dalla designazione e dal significato, anch’essi in divenire, formano la convenzione identitaria.

È difficile capire come si comporta l’identità convenzionale nel tempo, così come lo è per qualunque altra astrazione: chi sostiene di “non essere più la stessa persona di dieci anni fa” riferendosi a cambiamenti sia fisici, sia caratteriali, sia esperienziali, contraddice forse la sua identità interna? e chi, incontrando un amico dopo molto tempo o relazionandosi ad una persona dopo un suo trauma o con sopraggiunta demenza, sostiene che “non è più la stessa persona”, rinnega forse quell’identità esterna?

Il fatto che la nave di Teseo muti lentamente, pezzo dopo pezzo, solleva un’ulteriore importante questione: qual è il preciso momento in cui la nave di Teseo non è più la nave di Teseo? Quale sarà il pezzo che la muterà per trasformarla in qualcos’altro, tanto da poter definire una linea di confine dove prima era ancora la nave di Teseo e subito dopo non più? L’identità della nave sembra cessare nel momento in cui l’agente (o gli agenti) esterno alle sue parti non la riconosce più, ovvero il momento in cui l’immagine/ricordo che ne ha l’agente esterno non corrisponde più alla forma che ha di fronte.

L’identità è legata ai ricordi ed al fatto che i ricordi si racchiudono in unità, come una linea immaginaria che va dai nostri primi ricordi fino al momento presente. Tale idea di unità è fondamentale nella vita psichica degli esseri umani, la malattia mentale inizia infatti con la scissione dell’io. Abbiamo la necessità di sentirci sempre uguali a noi stessi, non nel senso che non cambiamo mai, ma nel fatto che ci sentiamo contenitori di un’unica esperienza, di un solo flusso che va dalla nascita al presente. Questa contrapposizione ed unità di cambiamento e immutabilità è ben rappresentata dal fuoco eracliteo: il fuoco cambia continuamente, ma nella sua continua trasformazione mantiene inalterata la sua essenza. La consapevolezza è quindi la chiave reale della conoscenza, del cambiamento e quindi della nostra identità nel qui e ora.

QUANDO SI PUÒ DEFINIRE AUTENTICA UN’OPERA D’ARTE?

Riferendosi ad un’opera d’arte, ad un reperto archeologico oppure, più in generale, ad un bene culturale in senso lato, si utilizza spesso un termine che, secondo la convinzione comune, va in qualche modo a garantire il valore intrinseco dell’opera stessa: “autenticità”.

Se ci chiedessimo il significato del termine “autentico”, potremmo rispondere dicendo che è tale tutto ciò che non è falso, quindi un originale, un qualcosa attribuito a uno specifico personaggio oppure ad un determinato periodo storico. Eppure, parlando di manufatti storico-artistici è realmente possibile liquidare tale questione in maniera così semplice ed immediata? Ad un primo sguardo potrebbe sembrare un aspetto quasi scontato e banale, ma approfondendo vedremo che si tratta di un quesito molto più complesso.

Cesare Brandi

Tornando al Paradosso della nave di Teseo ci si può chiedere se è più giusto considerare l’autenticità nella sua sfera materiale oppure nella sfera della sua immagine. A questo punto, prima di rispondere sarebbe opportuno focalizzarsi su un altro concetto strettamente collegato a quello di “autenticità”, ovvero quello di “restauro”. Generalmente, si può definire come un qualsiasi intervento volto a mantenere in efficienza la lettura di un’opera d’arte; Cesare Brandi (1906-1988), forse il più grande teorico della storia del restauro italiano disse: “il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetico-storica, in vista della sua trasmissione al futuro”.

Brandi pose una discriminante importante parlando di “momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte”: non tutti i prodotti dell’ingegno umano possono essere sottoposti ad un’operazione di restauro, ma solamente quei manufatti considerati arte, mentre gli altri prodotti possono essere semplicemente riparati. Una volta fatta tale distinzione si può intervenire sull’opera tenendo ben presente la sua doppia dimensione suddivisa fra materia (intesa sia come opera d’arte propriamente detta) e immagine (intesa come testimonianza estetico-storica). Il restauro deve quindi rispettare il più possibile tutti gli aspetti estetici, strutturali e storici che l’opera d’arte presenta, senza compiere mere riparazioni, modificazioni arbitrarie e, soprattutto, senza compiere una compulsiva ricerca dello stato “originale”.

Il Santuario di Ise

È interessante vedere come il concetto di restauro differisca da paese a paese, in particolare tra Oriente e Occidente. In Giappone si tiene una cerimonia chiamata shikinen sengu presso il Santuario di Ise, il cui primo impianto risale al I millennio d.C., che consiste nella periodica sostituzione del legno che costituisce l’edificio di culto, e avviene regolarmente ogni vent’anni. Fa riflettere come siano ben coscienti del fatto che ogni cosa, persino i monumenti e le opere d’arte, sia destinata ad avere un inizio e una fine, senza infierire con interventi conservativi. D’altronde, l’eccesso del pensiero occidentale, secondo il quale l’autenticità risiede nella materialità, ha generato più volte nei secoli passati, sia in Italia che all’estero, l’errata convinzione secondo la quale il restauro dovrebbe essere inteso come un intervento volto a ripristinare la (presunta) forma originale di un’opera, finendo altrettanto spesso per snaturare l’opera stessa.

Facendo sempre riferimento alle teorie di Brandi, quello dell’antichità/storicità è indubbiamente un fattore fondamentale per definire come autentica un’opera d’arte, ma allo stesso tempo non è l’unico: per quanto infatti l’autenticità ed il restauro siano in parte dettati dai principi dei tempi che corrono, restano concetti che necessariamente devono tener conto della materia di cui è composta un’opera, delle stratificazioni storiche succedutesi su di essa in quanto testimonianze del passato e, ovviamente, dell’idea sulla quale è stata concepita.

LA NAVE DI TESEO NELL’AMBITO LAVORATIVO

Nell’ambiente aziendale, la criticità di molti imprenditori è legata al timore del cambiamento, benché sia le grandi aziende che le Startup debbano convivere costantemente con il cambiamento, visto che nella maggior parte dei casi risulta essere il fattore chiave grazie al quale riescono a sopravvivere.

Dietro la paura del cambiamento si celano spesso fallimenti passati, o qualcosa che non ha funzionato nel modo corretto. Per molte persone è molto difficile accettare di aver sbagliato e prendere in mano la situazione per capovolgere la situazione. Altre volte il cambiamento non dipende dalle singole persone, ma da situazioni esterne che costringono a ripensare a tutto. Un esempio può essere la pandemia legata al virus Covid19, che ha costretto moltissime realtà a sovvertire completamente le proprie metodologie di lavoro e le modalità che consentono di restare nel mercato. È molto difficile accettare qualcosa che viene imposto dall’esterno in modo tanto drastico e non sempre le persone hanno la necessaria elasticità mentale per adattarsi alla nuova situazione. In questo senso il paradosso è la normalità, che non è una costante ma un concetto in continua evoluzione: pertanto, prima si riconosce la “nuova normalità”, prima si è in grado ad adattarsi ad essa.

Va considerato inoltre che uno degli errori più grandi che può fare un’azienda è quello di adagiarsi sui buoni risultati passati o sul grande successo di un prodotto. I clienti, così come le loro esigenze, cambiano, il mercato si trasforma continuamente e quello che in passato funzionava, ora può non essere più efficace.

Adattarsi però non comporta per forza rinnegare sé stessi e dal Paradosso della nave di Teseo è possibile trarre un insegnamento fondamentale, che dovrebbe guidare ogni imprenditore: l’aspetto realmente importante nel fare impresa è mantenere sempre salda la propria identità valoriale, ossia avere sempre ben chiaro il perché si è partiti e quali sono gli obbiettivi primari che si vogliono raggiungere.

Se la paura più diffusa tra gli imprenditori è quella del cambiamento, il segreto del successo degli imprenditori è il cambiamento stesso.

LA SCIENZA APPENA OLTRE IL CONFINE: L’ASTRO-NAVE DI TESEO

Mentre la scienza avanza, ci si avvicina sempre più al punto in cui il cervello può essere sostituito come altri organi. Cosa accadrebbe se nel prossimo futuro potessimo trasferire tecnicamente i nostri pensieri, ricordi e piani ad un altro cervello o ad un sistema che si comporta come lui? Saremmo ancora la stessa persona? E un clone come potrebbe essere identificato? È il DNA il codice identificativo? Qual è la componente essenziale che definisce la nostra identità: quand’è che il cambiamento è così radicale che io non sono più io?

La fantascienza ha più volte affrontato questi temi ed esistono moltissime opere che affrontano tali argomenti: dai libri ai film, dai fumetti ai videogiochi, ognuno con una propria prospettiva ed in taluni casi con una possibile soluzione all’enigma.

Con il genere cyberpunk l’immaginario dell’uomo meccanizzato si è diffuso, con personaggi che grazie a svariati innesti cibernetici possono aumentare le proprie capacità, migliorare i propri sensi o aggiungerne di nuovi, così come possono interfacciarsi direttamente con il cyberspazio.

Stargate SG-1

Nel diciottesimo episodio della prima stagione della serie Stargate SG-1, la squadra di esploratori spaziali protagonista va in missione su un altro pianeta, dove viene colpita da una misteriosa energia e soccorsa da un solitario nativo che afferma di averli guariti e migliorati. Una volta ritornati sulla Terra, uno dei componenti della squadra viene ferito ad un braccio e si accorge che appena sotto la sua pelle scorrono olio e circuiti elettronici. Tornata sul pianeta, la squadra scopre che le loro coscienze e ricordi sono state “copiate” in corpi totalmente robotici e che gli “originali” sono feriti ma ancora in vita e che saranno proprio questi ultimi alla fine a tornare a casa, mentre loro saranno “condannati” ad una vita eterna nei loro corpi meccanici.

Il teletrasporto di Star Trek

Un altro dilemma interessante sorge nelle varie declinazioni della serie Star Trek, dove il teletrasporto usato dai vari personaggi per trasferirsi da un luogo all’altro sostanzialmente scompone le molecole del viaggiatore e le ricompone a destinazione, di fatto creando una copia dell’oggetto di partenza e distruggendo l’originale. Solitamente questo aspetto viene trascurato, ma a volte alcuni personaggi si rendono conto delle implicazioni filosofiche di questa tecnologia: il medico di bordo della serie “classica”, il dottor Leonard McCoy, lo evita sempre, mentre il decimo episodio della seconda stagione della serie Enterprise si basa interamente sul fatto che l’ufficiale addetta alle comunicazioni Hoshi Sato, dopo un teletrasporto nota dei segnali che  la convincono che le sue cellule non siano state riassemblate correttamente. In definitiva, salvo rari incidenti, quella che compare all’altro capo del teletrasporto è la stessa persona che è partita, benché composta da materia completamente diversa. Viene quindi da pensare che non siano le molecole a fare la differenza nel definire ciò che siamo, ma qualcos’altro e, come si è detto in precedenza, non è questo a rappresentare una soluzione convincente del Paradosso della nave di Teseo.

Gli esseri umani sono anche pensiero, e quindi potrebbe essere proprio la mente quella parte essenziale che, una volta sostituita, porta a diventare qualcos’altro. La fantascienza in questo senso è colma di personaggi i cui ricordi sono manomessi, cancellati, o aggiunti: in tutti questi casi la corrispondenza tra la mente originale e quella derivata non esiste più, eppure come si può affermare che le due non definiscono, in qualche modo, la stessa persona?

Nel manga Ghost in the Shell di Masamune Shirow, la protagonista Motoko Kusanagi è un cyborg dove solo il cervello è stato conservato ed ha un corpo meccanizzato che può interfacciarsi sia con il piano reale che collegarsi al cyberspazio, interfacciandosi con altra tecnologia o addirittura hackerando altri individui. Nel proseguo della storia avrà anche più corpi “silenti” sparsi in giro per il mondo, nei quali potrà trasferire semplicemente la sua coscienza attraverso la rete per prenderne possesso. Il corpo diviene quindi un mero involucro “personalizzabile”, dove la mente e i ricordi possono semplicemente venir installati.

Battle Angel Alita – Last Order

Nel manga Battle Angel Alita, di Yukito Kishiro, la protagonista Alita è un cyborg di cui è sopravvissuto solo il cervello del corpo originale. Alita scopre ben presto che agli abitanti della città di Salem, dove vivono le persone più ricche del pianeta, è stato sostituito il cervello con un chip dove sono stati trasferiti tutti i “dati” pregressi e che permette sostanzialmente una vita eterna. Questa condizione di immortalità spesso però non è sostenuta dalla coscienza, per cui sono state create delle apposite “macchine per il suicidio”, dove si può entrare per distruggere definitivamente il proprio corpo ed il proprio chip/cervello. La stessa protagonista, nella serie Last Order, vedrà il suo cervello trasferito in un chip quantico, unico modo per sostenere l’elaborazione dell’enorme quantità di dati che richiede il suo avanzatissimo corpo cibernetico.

Concetti simili sono ripresi anche nel romanzo cyberpunk Bay City (Altered Carbon) di Richard K. Morgan (trasposto anche in serie televisiva), dove l’identità umana, fatta di coscienza e ricordi, può essere codificata attraverso un immagazzinamento digitale e caricata su supporto detto “pila corticale” che viene inserito chirurgicamente nella colonna vertebrale di nuovi corpi sintetici, clonati o naturali, consentendo agli esseri umani di sopravvivere alla propria morte fisica.

Matrix

Si pensi anche al celebre film Matrix, dove il protagonista Neo scopre di aver vissuto fin dalla nascita in una realtà virtuale immersiva, mentre il calore e la bioelettricità del suo corpo reale venivano usati fino a quel momento come fonte energetica delle macchine creatrici della realtà virtuale. I ribelli che hanno permesso a Neo di fuggire gli spiegano che possono caricare dei programmi addestrativi direttamente nel suo cervello attraverso collegamento sulla nuca, così da permettergli di combattere attivamente il sistema che imprigiona ormai tutti gli esseri umani.

Come al solito la fantascienza non ha il compito di fornire risposte, ma piuttosto di porre ulteriori domande e di far sorgere nuove riflessioni, ragionando da prospettive diverse, anche a paradossi millenari.

FONTI:

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